La controra estiva è un posto tutto nostro, i grandi non ci guardano. La nonna tira fuori dal congelatore l’acqua all’arancia e la grattiamo col cucchiaino.
Il cortile dietro casa riesce a diventare qualsiasi cosa, e noi insieme a lui. Papà ci aveva raccontato che una volta quel cortile era diventato un mare.
Cercava di trovarci, voleva correre verso la piazza.
Poi arrivarono gli altri, urlavano tutti, ogni movimento faceva onde di pietra, e tra un’onda e l’altra non si sentiva più niente.
Alfredo non era con noi davanti alla chiesa, troppo piccolo per giocare a pallone.
Rideva, girava su se stesso, pareva una trottola.
La facciata della chiesa si era aperta mentre i bambini aspettavano me e Giancarlo.
Cercavamo la palla finita nei giardinetti, non si vedeva niente se non sotto i lampioni. Uno per uno sotto il rosone, ventitré bambini. Il ventitré novembre.
Noi due restammo sotto una luce mentre papà urlava i nostri nomi. Gli altri no.
Oggi fa troppo caldo, i pantaloni si attaccano in mezzo alle gambe. Siamo seduti attorno al tavolo rotondo al centro del cortile. Giancarlo spiega ad Alfredo il metodo per grattare il ghiaccio quando il tavolo comincia a tremare. Ho detto ad Alfredo di stare fermo e di smettere di dare calci, ma non sente mai quello che gli dico. Le gambe gli partono sempre prima della testa, ride mentre scappa. Correndo è diventato un puntino tra gli alberi di arancio.
Il cucchiaio mi scivola di mano. Il ghiaccio si spacca in due. La facciata della chiesa. La terra trema troppo a lungo. Noi due restiamo seduti immobili. Giancarlo fissa la granita e dice:
“Pietro, ci stanno venendo a prendere”.

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