Mangrovia

A mano scritti

Antonio

Nonna aveva sempre freddo.
Lo scialle di lana verde era il suo mantello nei pomeriggi invernali. La sua casa coi pavimenti bianchi a macchie nere sapeva di mandarino. Le bucce erano alimento per il braciere, che ardeva al centro della stanza. Il profumo del Natale permaneva per tutto l’inverno. Eravamo con lei in quei pomeriggi, con i piedi sui bordi di quel camino atipico, ci riempivamo di geloni, tanto da non poter indossare le scarpe.
Imparavamo lì, in un equilibrio instabile, le poesie e le preghiere.

Nonna aveva un metodo infallibile: per ricordare le cose si doveva invocare il Santo.
Era devota a Sant’Antonio, quello venuto dal Portogallo. 

Con lui ci faceva i discorsi, le conversazioni. Lo chiamava per nome. Si conoscevano loro due, erano stretti, ci diceva.
Antonio sapeva tutti i fatti di nonna, e pure quelli miei perché Carminia detta Carmen, nonna a me, gli raccontava tutto.
E manco lo nascondeva.
Io le dicevo una cosa e lei rispondeva: “Hai sentito, Anto’?” e si faceva una risata.

Una volta ho perso le cinquemila lire che mi ha dato mamma per comprare i quaderni da Nanninella, la signora senza un occhio che vendeva le cose per la scuola.
Ero disperato.
“Uaglio’ non ti impressionare, mo’ chiamiamo Antonio”, mi disse senza esitare.
“Nonna ma quello è santo, mica pensa ai soldi”, commentai perplesso.
“Giuseppe ‘a nonna, Antonio può tutto, noi non dobbiamo dubitare mai”, la sua calma mi ricordava il mare che avevo visto una volta a San Marco di Castellabate.
C’era il sole e mamma mi aveva preparato pane e pomodoro.

Nonna si alzò in piedi, si segnò la testa e il petto e, con gli occhi chiusi, iniziò a recitare: parole strane che non appartenevano al suo italiano masticato.
Pareva una formula magica.
Aprì gli occhi, come se fosse uscita da un sogno difficile, respirò forte, infilò la mano nel suo grembiule a fiori e cacciò la banconota verde.
“Nonna Carmen, tu fai veramente le magie!”, mi entusiasmai a tal punto che iniziai a saltare.

Qualche inverno dopo, nella sua cucina stretta e lunga, avevo un foglio ripiegato in mano. Dovevo imparare a memoria l’atto di dolore. Serviva per il catechismo: ci facevano recitare le preghiere davanti alle statue dei santi così sentivamo l’ispirazione.
Io non ero ispirato, e non avevo peccati così importanti da dire “mi pento e mi dolgo”. Che poi l’avevo ricopiato male, secondo me. Sicuramente era “mi pento e mi tolgo”, perché recitando me li tolgo i peccati. Come si toglie un cerotto e la ferita prende aria.

Nonna, di spalle, faceva il sugo sulla cucina a gas: su un fuoco la pentola, sull’altro acceso si sfregava le mani.
Io con il foglio sul tavolo e la testa pesantissima tra le mani, leggevo ad alta voce.
“Nonna”, la invocai.
“Giuse’ a nonna, che è?”, sentiva il mio dolore per l’atto di dolore.
“Nonna io non la so questa preghiera, è troppo difficile. Ci sono parole che non capisco proprio”.
“Ma quali parole, bell ‘a nonna?”, si girò per guardarmi.
“E leggi qua!” 

Le mostrai il foglio con la mia grafia, troppo grande e troppo storta. Lei analizzò il testo mettendolo un po’ a distanza dagli occhi; da lontano vedeva meglio.
“Tieni ragione, è difficile”.
“Nonna come devo fare, domani devo recitare davanti alla statua di San Giovanni. Pure davanti a quella signora che dice sempre il rosario”.
“‘Chella è Titina, lasciala stare che ha bisogno di stare là: i peccati li tiene pure lei. Come te e come me”, sentenziò.

Mi veniva da piangere, mi sentivo in trappola. Non avrei mai imparato l’atto di dolore, non sarei mai fuggito dai peccati in vita mia. Mai. 

Io, tra le fiamme dell’inferno.

Nonna si abbassò piano sulle ginocchia, come la genuflessione sulle panche della chiesa, allineò i suoi occhi ai miei. Prese la mia testa pesantissima tra le sue mani e mi disse che aveva una soluzione.
La soluzione era, prima di tutto, copiare il foglio in bella copia. La brutta l’avremmo usata per l’esperimento. Prese le forbici e tagliò il foglio dell’atto di dolore in tanti pezzi quante erano le frasi. Le mise in fila e mi suggerì di leggerne uno per volta, ripeterlo e passare al secondo pezzetto solo quando avevo imparato bene quello di prima.
Disse che le cose, quando sono a pezzetti piccoli, sono meno difficili. Fanno meno paura.
Mentre sfogliavo i pezzetti di foglio, mi piazzò di fianco una fetta di pane con il sugo di pomodoro. Così imparavo meglio.

Quella sera ero troppo stanco per tornare a casa, di attraversare il pianerottolo e arrivare nel mio letto. Le chiesi di dormire nel suo.
Nonna Carmen era diventata vedova presto. Nonno Giuseppe era una foto sul comodino, non lo avevo conosciuto che così. Io portavo il suo nome e le sue mani, così uguali che certe volte non riusciva a guardarle, le facevano impressione.

Prima di dormire, portò i pezzetti di preghiera nella camera da letto, li mise sotto il mio cuscino.
“Se li tieni sotto la testa tutta la notte, le parole si attaccano meglio al cervello. Per non rischiare mo’ chiamiamo pure Antonio”, mi disse accarezzandomi la fronte.
Di nuovo quella formula magica.

Mi addormentai in quella stanza che sapeva di lavanda e pomodoro. Aveva lasciato la porta aperta. 

Mi risvegliai con la sua mano che mi accarezzava i capelli.
“Giuseppe a’ nonna, svegliati, vediamo se Antonio ci ha aiutato!”

Mi misi seduto con le gambe incrociate sul letto, il pigiama di flanella di nonno troppo grande ripiegato sulle gambe. Iniziai a recitare. Le parole uscirono leggere dalla bocca, una dopo l’altra, i pezzetti di frase si erano ricomposti nel cervello. Antonio mi aveva aiutato.
“Nonna, hai sentito?”, ero sbalordito.
“Hai visto Giuse’? Antonio fa i miracoli!” recitò solenne. 

Dopo la prima comunione, non andai più tanto in chiesa. Ci andavo solo qualche volta per guardare Paola, che faceva i boy scout e doveva andarci per forza. Il resto non era tanto importante per me.
Ma usai il metodo di Nonna Carmen alle scuole medie e al liceo per studiare.
Un pezzo per volta, le cose erano meno paurose. Pure il greco antico.

Carminia, mia figlia, è nata nello stesso giorno in cui Carmen è andata via. Tre anni prima però.
Nonna si è addormentata nello stesso letto dei pezzetti di poesia, andando via senza farsi sfiorare dalla maleducazione del tempo che passa. Elegante anche nel dirci addio. 

Questo Natale, Carminia piccola, sette anni, ha la poesia da imparare. La disperazione nei suoi occhi a forma di Carminia grande.
“Papà, è troppo difficile”, mi dice.
“Carminia ho un metodo, non ti preoccupare. Prendiamo le forbici”, ho sentenziato.

Ho sentito nell’aria il profumo del sugo al pomodoro che sobbolliva piano.
La poesia di Natale, in piccoli pezzi, è stata sistemata sotto il cuscino e ho recitato la formula magica: “Si quaeris miracula, mors, error, calamitas, daemones fugiunt, aegri surgunt sani. Cedunt mare, vincula, membra, resque perditas petunt, et accipiunt juvenes et cani. Pereunt pericula, cessat necessitas; narrent hi, qui sentiunt, dicant Paduani. Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.”

Anni dopo avevo scoperto che quella formula aveva un nome e che serviva a ritrovare le cose perse.

Lascia un commento