Mangrovia

A mano scritti

Chiacchiere da bar

Di fronte a quel caffè, noi due fingiamo incontri casuali. Ho allenato la faccia alla sorpresa. Davanti allo specchio ho provato mille volte: il numero esatto in cui mi sono chiesta perché io, in mezzo a quelle inondazioni dei suoi sguardi.

Ci eravamo dati appuntamento presto, alle sette precise, un’ora prima del corso di formazione. Questo corso è una scusa: ci siamo iscritti solo per stare insieme.

A scuola, ognuno nella sua, con i colleghi non facciamo altro che lodare la qualità del corso, pure se il corso è terribile, non tiene senso. Nessuna utilità. Facciamo spendere i soldi del PNRR per alimentare il nostro amore clandestino. I soldi pubblici che si devono spendere sono l’unico modo per stare insieme.

Appuntamento alle sette. Gliel’ho scritto due giorni fa, non ha risposto. Mi sono disperata in silenzio per quel silenzio. Controllando la chat ogni tre secondi, il telefono si è surriscaldato.

Vado, mi sono detta, vado lo stesso. Arrivo prima e mi faccio deludere.

Lui non c’era.
Non c’era.
Me l’aveva promesso.
Io glielo avevo promesso.

L’ho maledetto mille volte in quei minuti. Cretina, ho pensato. Poi l’ho visto arrivare.

Ci siamo seduti al tavolo, quello in fondo, nascosto. Fingiamo la normalità mentre le mie mani tremano. Lui non le vede: le tengo in basso, sotto il tavolo. Don Giovanni Della Casa mi sta fulminando dalla tomba, lo so. Infrango tutte le regole del galateo.

Un cameriere assonnato ci porta il caffè, lui sposta lo sguardo quando incontra i miei occhi. Sfugge. Ancora.

Prendo il quaderno dove scrivo le poesie, qualche ricetta, mentre inizia a parlare di banalità. Parla del tempo, della crisi di governo, «che posto squallido questo, non credi?», dice. Parla di cose che manco gli interessano, e allora lo fermo, attesto la banalità al discorso.

«Ma tu mo’ veramente vuoi fare le chiacchiere da bar? ’E fessarie ’e cafè.»

Parlo, mi tremano pure le gambe, dirigo il discorso verso cose più terrene, tangibili, che accadono.

«Alberto, perdonami, secondo me stiamo perdendo tempo con questa formazione. Come possiamo dare credibilità a uno che dice siccome che? Una piccola selezione, almeno di senso, la dovrebbero fare a scuola, al Ministero. Questo cristiano insegna agli insegnanti, ha responsabilità linguistiche.»

Parlo a caso, le prime cose che mi vengono in mente, così non guardo i suoi occhi che scorrono.

La prima volta che l’ho visto in sala insegnanti sono rimasta pietrificata. Ipnosi da fuoco nel camino: non riuscivo a staccare lo sguardo. Quando Anna, la bidella, mi ha richiamata all’ordine, le ho chiesto chi fosse quel nuovo insegnante; ho finto di conoscerlo, di averlo già visto altrove per giustificare il mio sguardo intrusivo.

«Alberto Marinelli, il nuovo insegnante di lettere.»
«Facite ’a stessa cosa, professoressa Alfieri», mi ha detto.

No, non so chi sia, ho pensato.
«Ah sì, credo sia un mio vecchio compagno di corso all’università», ho detto per giustificare lo sguardo.

Credo si sia voltato perché l’ho disintegrato con gli occhi. Ha alzato lo sguardo, ha sorriso, aveva in mano Chiedi alla polvere di John Fante.

L’ho amato subito, per i suoi occhi e per John Fante.

L’avevo letto all’università, quella che per finta avevamo frequentato insieme. I viaggi in autobus erano lo stato di grazia: un’ora di lettura per tratta, John Fante in pochi mesi. L’ho letto perché avevo cose da dimenticare. L’ho riletto quando è morto Mario, nelle notti insonni da giovane vedova con i figli piccoli nel letto.

Ci coprivamo la paura a vicenda; i nostri corpi vicini erano il lenzuolo per non sentire freddo. Pensavo che John Fante potesse aiutarmi ancora una volta — a dimenticare, intendo. Invece no.

L’ha fatto però il mio sentimento per Alberto. Non dimenticare Mario, né il dolore. Il sentimento ci ha messo l’ovatta sopra, quella leggera in cui piantiamo le lenticchie e facciamo crescere le piantine.

Anni e anni di piccoli occhi sgranati. Prima del passaggio alle medie lo facevo sempre. Poi è morto Mario e ho voluto cambiare tutto. Ho trovato Alberto e con lui il mio sentimento abusivo: una cosa con il perimetro di un sentimento che non so definire perché è solo sua.

Non ho metriche né paragoni. Lui è solo lui. Non solo mio. Lo divido con sua moglie nei nostri incontri a intermittenza. Mai cadenzati da relazione extraconiugale fissa. Non sono l’amante, sono io. Io, sono solo io.

Il suo trasferimento, dopo i cinque anni di condivisione sala insegnanti, non ha cambiato nulla. Io so aspettare, pure gli anni, mi basta averlo un secondo.

Ecco perché questi caffè occasionali mi bastano. Il caffè prima del corso di formazione è la scusa per incontrare lo sguardo grigio, l’acqua che scorre.

Lui accenna un sorriso, si guarda intorno. Quei due occhi, i suoi, sono come un fiume. La piena è nel mio petto. Mi strapperei la camicia per fargli vedere cosa succede sotto la mia pelle.

Io: madre, vedova, maestra. I confini della definizione me li sono costruiti bene. Donna non ci stava più. Spazio terminato. Il posto l’ha trovato lui, me l’ha ridata lui questa definizione.

Io sono io adesso, perché riflessa nel suo sguardo. Così mi scopro mia, di me stessa. Appartenenza, per la prima volta. Definizione costretta dalle relazioni.

Seduti al tavolino del bar, adesso legge il giornale, finge interesse per altro. Poi lo abbassa, lo accartoccia, passa il dito sul mio quadernetto aperto, sulla poesia accennata stamattina.

Io scrivo, lui parla. È sempre stato così.
Parla, giudica, allittera. Legge ad alta voce i versi miei, gli endecasillabi storti che scrivo. Non urla: usa il tono necessario per farmi capire che le mie parole esistono, di fronte ai suoi occhi sfuggenti e a tutta quella gente ignara del mio amore per lui.

Trova un verso nella mia ultima poesia: non vado più al corso di psicopatologia per incontrare te.

Legge quello che non avevo intenzione di scrivere. «Guarda», mi dice. «Guarda. Rileggi quello che hai scritto. Segui il mio dito.»

Rileggo il verso. Le sue dita cambiano il senso di quello che scrivo.
«Emilia, non mi vuoi vedere più?»
«Tu mi vuoi vedere ancora?», rispondo con una domanda.

So di farlo arrabbiare quando faccio così.

«Hai sempre avuto problemi con le domande, fai sempre quelle sbagliate. Secondo te io mi sveglio di notte, cambiando tutti gli orari di inizio e fine del corso di formazione, perché mi devo venire a prendere questo caffè in un posto così squallido? Accussì, perché mi piace a suffrì. Tu sei il motivo, cretina. E lo sarai sempre finché non ci scocciamo e iniziamo a fare le brave persone.»

La vista si annebbia un poco, non troppo. Siamo qui, in mezzo alla gente, noi due in mezzo ai torti subiti, percepiti, inflitti.

Mantengo la forma, ma sto scorrendo. Quindi mi vuole, e così divento acqua pure io, acqua gemella dello sguardo suo fatto di fiume.

Divento acqua, eppure sto ferma là, tipo statua a trattenere le lacrime.

Mi vuole. Sono chiacchiere da bar, prima del corso di formazione. Quando io divento un’altra me, quella che sta con lui. Qui, adesso.

Lui, il mio collega. Lui, l’amore della mia vita nuova.

Andiamo via. Ognuno esce per conto suo, cinque minuti prima del corso.
Andiamo in macchina. Fatti toccare, Emilia.

Mi scompongo in una forma di amore che scivola, come le sue mani che risalgono tra le gambe.

Tra qualche minuto ritorno in me: madre, vedova, maestra. Donna, qualche volta.

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