Mangrovia

A mano scritti

Quarantasette

Il luna park della provincia era uno spazio impolverato, una copia maldestra di quelli che vedevamo in televisione. Come quando usi la carta copiativa e, mentre punti la matita, sposti il foglio carbone: tutto si sfalsa. I segni arrivano in differita, disegni una cosa che somiglia a qualcos’altro.

Le giostre erano disposte in cerchio, la composizione dello spazio seguiva la logica del desiderio condizionato: da una giostra si potevano vedere tutte le altre, un desiderio costante. Insoddisfazione dello stato attuale, si desiderava sempre altro.

Mamma era bravissima sul Tagatà, ci saliva persino con i tacchi alti. Noi ci aggrappavamo alle sbarre di ferro, con lividi pronti a fiorire sulle braccia. La piattaforma rotante si inclinava e sobbalzava, girava vorticosamente. Noi, sballottate, con il seno che spuntava sotto la maglietta. Quello che era arrivato presto lo nascondevamo sotto maglie accollate, pure d’estate. Marchio di femmina, troppofemmina, precoce. Ci guardavano tutti, mentre crescendo perdevamo lo sguardo piccolo.

Il Tagatà era lo spazio del desiderio maschile, testosterone inclinato, mentre dalla cabina di regia una voce narrante faceva allusioni verbali, suoni prolungati di atti osceni in luogo pubblico. Mamma si muoveva agile, come un’atleta, consapevole dei suoi esercizi da bambina sui barili di ferro. Una volta è scivolata ed è caduta a faccia a terra. Solo quella volta. La faccia piena di sangue.

Vicino al camion dei panini c’era la Bocca della Verità: “LA BOCCA DELLA VERITÀ: amoresalutesessolavoro TUTTO”. Ti diceva tutto, te lo confermava una voce da uomo registrata. Sentiva il tuo passaggio e ti diceva: “Fatti leggere la mano, ti dico tutto”.

Il Terrore, fatto giostra. Io non volevo sapere niente del mio futuro. Mai. Niente.

Quando papà, ridendo, ci ha messo una mano, ho iniziato a tremare. Ma come faceva a ridere? La Bocca della Verità era una cosa seria. Diceva tutti i segreti. Il vaticinio di papà aveva la forma di un foglio a righe bianche e grigie, con buchi ai lati. Lo lesse ad alta voce. Ricordo solo che quella maledetta gli aveva detto, scrivendo, che sarebbe morto a 47 anni. Quarantasette.

I calcoli a mente li ho sempre fatti lentamente, non vedevo i numeri nella testa. A quel 47 papà rise di nuovo: “La Bocca della Verità è precisa”, commentò.

La sensazione quando cala la pressione sanguigna la senti prima sulla faccia, come se qualcosa ti cadesse giù dal viso senza che tu la veda. Quella cosa ti arriva dentro i piedi, il terrore mi colava addosso.

“Che è, tutto a posto?” sguardo d’aquila di madre.
“Ma si scema? Vedi che è uno scherzo quella Bocca della Verità! Mia madre leggeva nella mente.

Mi ha comprato lo zucchero filato, così mi si sarebbe alzata la pressione. Forse credeva che lo zucchero, quando prendeva forma di nuvola, intrappolasse i pensieri, soprattutto quelli neri, che mescolati a qualcosa di dolce sparivano. Non era vero, almeno per me.

Ho rubato quel foglio dalla tasca di papà, tornata a casa ci ho scritto sopra i numeri per fare i calcoli.

Quarantasette, primo numero. Quanti anni aveva papà? Quanti anni aveva papà? Madonna, non ricordavo niente. I calcoli erano più difficili. Papà aveva ventinove anni quando io sono nata, io ora ne ho nove. Quanti anni ha? Scrivo i numeri, è difficile. Conto sulle dita: 29 + 9 = 38. Cretina, era facile.

Trentotto. Per arrivare a quarantasette mancavano nove anni. Nove anni soltanto.

Non mi fido dei miei calcoli, non sono brava.

“Papà, quanti anni hai adesso?”
“Trentotto. Ma ancora stai pensando a quella cosa?”
“Papà, ma quella Bocca della Verità è precisa, l’hai detto pure tu ieri sera”.
“Ma nun da retta, è un gioco, una scemaria!”

Non pensavo fosse una scemaria, come la chiamava papà. Ho nascosto quel pensiero in un angolo piccolo della mente, ogni tanto si affacciava per controllare. 

Mi terrorizzava, mi colava nei piedi.

Per anni ho tenuto quel biglietto con il vaticinio della morte di papà nel diario segreto, che avevo solo per dire che avevo un diario. Le cose mie le scrivevo nei temi a scuola. Anche se non c’entravano niente con quello che avevo da dire, io le buttavo dentro lo stesso. I miei pezzi di vetro nelle onde, che il mare modella e trasforma.

Nel corso del quarantasettesimo anno di vita di papà, quel pensiero nascosto tornava ogni giorno.

Una scemaria, mi dicevo. 

L’ultimo giorno dei quarantasette anni di papà ho tenuto in mano quel biglietto tutto il giorno. Quando ha spento le quarantotto candeline, sono andata in bagno, ho chiuso a chiave e ho strappato il foglio. L’ho spezzato in quarantotto pezzi, uno in più del numero scritto su quella forma stampata di divinazione.

Quarantotto pezzi di carta sul pavimento del bagno.

Li ho ripresi uno a uno, contando, perché non sono mai stata brava a fare i calcoli a mente.

Il fuoco era acceso in soggiorno, li ho buttati tutti dentro. 

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