Mangrovia

A mano scritti

Sommacco

Il sommacco era lì da anni, in un barattolo senza etichetta.
Dell’etichetta non c’era mai stato bisogno, per il colore, per il sapore unico quando ci infilava un dito e lo metteva in bocca.
Tra il limone e l’aceto, il sapore del sommacco stava nel mezzo.

Insieme al sesamo e al timo, diventava za’atar.
Per prepararlo, dopo aver tostato il sesamo, mescolava gli altri ingredienti quando la padella era ancora calda.
L’aroma si apriva, si allargava in cucina.

Lo za’atar ha tre colori diversi – quattro in realtà, ma il sale si scioglie un po’ e quindi non si vede più –
e un profumo di difficile definizione.
Una cosa che contiene tante cose non può avere confini precisi. Specifici. Smargina un po’.

La memoria è una palla pazza con lo za’atar.
Quella sera la portò in Francia, dopo la Francia.
A quel giorno in cui lui le telefonò da Betlemme per dirle che si era innamorato. Che avrebbe voluto venire in Italia, ma non ci era riuscito, e quindi glielo diceva al telefono.»

«Di chi?» gli chiese.

Parlavano in francese, un francese sghembo, cesellato dalla vergogna. Lui lo parlava meglio.

«Di te, ti amo», rideva.

Le disse che si era innamorato perché una sera, in Francia, lei gli aveva parlato della Palestina.
Gli aveva parlato di casa sua. Lei, che non ci era mai stata.

Ricordava solo che lui l’aveva corretta quando lei gli aveva detto che a casa, in Italia, aveva una kefiah.

«Chez nous, on l’appelle hatta.»
Noi la chiamavamo hatta, aveva detto.

E da allora, lei la chiamava così.
L’aveva imparato quella sera – più notte che sera – in cui un ragazzo palestinese con gli occhi verdi l’aveva corretta.

Ma cosa gli aveva mai detto, per farlo innamorare?
In un francese che non sapeva, in una lingua in cui era sempre stata silenziosa.

Nelle altre lingue parlava poco.
Nelle altre lingue aveva sempre modificato l’identità.

In quel preciso spazio temporale che erano i suoi ventitré anni, i suoi sentimenti riflettevano altri sguardi,
ma al telefono si ricoprì di amore.
Un amore indirizzato a lei, ma che non poteva appartenerle.

Immaginò i suoi occhi che si curvavano.
Mezzelune mediorientali. Non ricordava altro di quella telefonata.

Ma cosa gli aveva mai detto, per farlo innamorare?

Chissà cosa faceva adesso,
se mangiava pure lui lo za’atar,
se sentiva il rumore delle bombe.

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