Mangrovia

A mano scritti

Lule

Nel millenovecentonovantuno, alla televisione, abbiamo guardato una nave piena di persone arrivare dall’Albania. Avevo dieci anni, e mamma e papà partirono immediatamente per Bari con la Passat rossa, per accogliere a casa nostra una famiglia di persone sconosciute. Non gli abbiamo chiesto il perché. La risposta la conoscevamo benissimo. Perché sì.

Dodici mesi dopo, quasi esatti, eravamo in Albania per conoscere tutti i familiari delle persone che mamma e papà avevano accolto. Famiglie che per un po’ erano rimaste con noi, poi erano andate in altre case, dove potevano iniziare a prendere le misure della nuova vita.

In quei dodici mesi, i volti venuti dall’altra costa aumentavano di mese in mese, e il perimetro della nostra famiglia si modificava. Di mese in mese. Qualche volta anche lo stato di famiglia all’anagrafe, ma solo quando era necessario, quando bisognava uscire dalla clandestinità.

Nell’estate del millenovecentonovantadue viaggiavamo insieme a un autobus pieno di cose da portare sull’altra costa. Erano scatole che avevamo confezionato nel soggiorno di casa, riempito fino a quando nessuno era più riuscito a entrarci. Le avevamo classificate con cura, scrivendo i nomi sopra. Sulla scatola verde ci avevo disegnato un fiore, un tentativo di margherita. Sotto il disegno avevo scritto lule, una delle poche parole che conoscevo nella lingua che parlavano lì. Dentro c’erano le caramelle, non i fiori. Però io me lo sarei ricordato.

Quando arrivammo al centro di Berat, Vladimir, nel nostro stato di famiglia all’anagrafe, ci disse:
“Andiamo a fare un giro al mercato, atje ka fëmijë – ci sono i bambini lì –”.

Camminavamo piano, io e mia sorella. Seguivamo i nostri genitori, incondizionatamente. All’improvviso, però, rallentai il passo: c’era qualcosa che chiamava il mio sguardo. Mi fermai, lasciai andare la mano piccola che stavo stringendo, e lo vidi.

Era più piccolo di me, non aveva le scarpe. Le gambe sottili in un pantaloncino corto e bucato. Indossava una polo Lacoste verde, la stessa con il coccodrillo che comprava mio zio, quelle che costavano tanto. Aveva lo sguardo dello stupore, gli occhi sgranati su di me, bambina occidentale, quasi signorina.

Passammo il tempo infinito di un minuto a guardarci. I pochi chilometri di mare Adriatico che separavano le nostre esistenze non potevano spiegare la meraviglia reciproca. Un rumore improvviso gli spostò lo sguardo: corse via. Accompagnai la sua corsa con gli occhi. Correva da mamma e papà, al centro di una ressa, con le loro mani piene di caramelle che sparivano veloci in mani piccole, affamate.

Vijnë fëmijë!“, urlava Vladimir. “Venite, bambini!”

Iniziai a piangere, fontanella rotta.

“France’, ma che ti piangi? Sono solo caramelle!”, qualcuno disse. Ma non ricordo chi.

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