Mangrovia

A mano scritti

Manuale sentimentale di smacchiatura

Io tradisco il mio negozio di detersivi. Quello vicino casa, quello dove conoscono il mio nome e tutte le diramazioni del mio albero genealogico. Sanno a chi appartengo, non ci si può assolutamente nascondere. E allora il sabato mattina io esco presto, prendo la macchina e pratico questa forma di infedeltà. Lontano, dove nessuno conosce i miei rami. Lo faccio perché i negozi che vendono detersivi sono mondi di verità, dove non esiste il dubbio, l’esitazione. E le persone che li vendono praticano l’implicazione come forma d’arte. Hanno tutte le risposte, sono sibille profumate al muschio bianco. Io le adoro tutte.

Mi avvicino al bancone per presentare di volta in volta un caso specifico di macchia resistente ai trattamenti, macchie inesistenti che prendono vita nei miei racconti da casalinga con qualche tratto ossessivo compulsivo. M’invento i fatti più assurdi perché voglio che mi si parino davanti tutte le loro certezze, tutta la loro capacità di risolvere problemi. Io studio pure per presentare i problemi più insoliti: la macchia di cibo sul parquet, le tracce di silicone sulle finestre della casa nuova, gli aloni lasciati dalle figurine attaccate alle ante dei mobili della cameretta dei miei figli. Non ho figli e nemmeno il parquet, le figurine sono state attaccate da me nel 1992 quando c’era ancora il Cioè e io tenevo chiuso Dylan Mckay nell’anta interna dell’armadio, che doveva stare solo con me e con la mia frangetta. 

Ieri sono andata fuori paese in un negozio nuovo e grande che vende solo detersivi e saponi gli esseri umani e ho presentato la storia del parquet: 

“Buongiorno, ieri sera, che era venerdì, e dopo una settimana di lavoro ho bisogno di rilassarmi ho deciso di bere un bicchiere di vino rosso. Solo che all’improvviso è passato un motorino che teneva la marmitta modificata e ha fatto un rumore così forte che ho fatto un salto. Un salto proprio e il bicchiere è caduto a terra. Maronn’ io tengo il parquet.”

Creo una cornice narrativa così diventa tutto più reale, e mi perdo in divagazioni che, a dire il vero, sono proprio il mio marchio di fabbrica e non riesco a liberarmi dal fatto che tengo i discorsi incassati in altri discorsi.

“Quindi che ho fatto, ho preso uno strofinaccio e ho asciugato il vino, poi ho preso il panno in microfibra e ci ho messo qualche goccia di sapone di Marsiglia, ho pure insistito ma niente. E allora ho preparato acqua e aceto bianco, che era il rimedio di mia nonna Carmelina, ma niente. Sto qua perché il caso è grave.”

Il ragazzo dietro il bancone, non gli avrei attribuito nessuna competenza, si è messo a pensare lasciando la conversazione sospesa per qualche minuto, che ho pensato pure che gli stesse venendo qualcosa. Poi mi ha detto: “Signò aspettat ‘cca”.

è tornato con un cestino di plastica rosso pieno, strabordante, di bottigliette che avrebbero risolto il malanno del mio parquet inesistente. Me le ha parate tutte davanti agli occhi, posizionandole in file ordinate e mi ha spiegato tutto, con metodo, mi ha fatto pure sentire quell’odore chimico e bellissimo dei prodotti, mandorla di colla coccoina, quella nella confezione rotonda col pennellino, annusata alle scuole elementari. Precisione da dottorato in pulitura del parquet.

Inebetita da tutta quella conoscenza, parata lì su quel bancone, dicevo solo sì, qualche volta pure con la voce. Credo che lui non lo tradirò, questa volta è amore. 

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