Mangrovia

A mano scritti

Non ridete, è peccato

Il freddo dell’inverno favoriva una conformazione quasi circolare. Ci fermavamo tutti lì, i bambini del cortile, messi in semicerchio davanti al fuoco. Lei leggeva le vite dei santi da libretti neri coi bordi rossi, i contorni lisi dalle ripetizioni di mani a sfogliare. Noi con i piedi vicino alla brace, a debita distanza dall’ustione. L’adozione costante ‘ro fucone, camino senza orpelli ricavato da una pila di mattoni a vista, e l’assenza di qualsiasi tipo di protezione, aveva lasciato una macchia a cerchio quasi perfetto sul pavimento di cemento, che si specchiava in una seconda macchia, formata sulla fila di mattoni posti in alto a congiungere le colonnine. Architrave arrangiato. Tutto nello stanzone della nonna era equidistante, bastava fare cinque passi e raggiungevi il cucinino. Se ti spostavi nella direzione opposta arrivavi al letto, che non era proprio un letto, ma un mobile con un lettino a scomparsa che quando lo aprivi sembrava una magia.
Il bagno era fuori, almeno quindici passi al freddo.
Ci incontravamo quando il sole calava.
Calava presto d’inverno, si ghiacciavano le fontane.

Sapevi che quelli del cortile erano lì se sul fondo del giardino vedevi una fiammella che si affacciava alla finestra: se era vivida voleva dire che il racconto della nonna Cascone, la mamma del Professore, era iniziato da poco, se era piccola e fioca il cerimoniale era quasi terminato.
Nonna Cascone accendeva il fuoco con i legnetti secchi che raccoglieva prima dell’inverno, girando per l’aia con il mantesino arrotolato. I pizzi del grembiule li ripiegava sulla cintura, creando una sacca rappezzata e resistente. Aveva le anche forti, alta, le caviglie salde. Ci stipava chili di legnetti in quella sacca, la sua schiena però non si piegava. Una donna fiera, non conoscevamo i suoi anni. Concetta si era sposata presto, quasi bambina.

Ce ne stavamo lì di sera, ogni sera, seduti a terra che mancavano le sedie, le copertine ricamate messe a mo’ di cuscino, a lanciare le bucce di mandarino tra i tizzoni. Con l’odore che pareva Natale. Un Natale perenne.
La lettura iniziava con un rituale preciso: la nonna spegneva l’unica luce della stanza, le nostre facce illuminate solo dai tizzoni. E lei, messa di fianco al fuoco, era il cinematografo. Leggeva piano, lettura da scuola elementare ma faceva le voci. Interpretava. E noi, con le bocche aperte e le ginocchia sbucciate, tutti maschi, ad ascoltare le vite dei santi.

Nonna Cascone era nonna a tutti, ma io e i miei fratelli eravamo nipoti di elezione per fatti di sangue. Credevo fosse questo il motivo della lettura quotidiana della vita di San Gerardo. Quella storia chiudeva la performance, ultimo atto prima del ritorno a casa. La storia di San Gerardo era la nostra preferita, mia e dei miei fratelli. Non ho mai capito se San Gerardo fosse molto ubbidiente o molto scemo. In quella storia, Gerardo, ancora senza epiteti santeschi, prendeva alla lettera un ordine da Padre Cafaro, suo superiore, che gli chiedeva di aprire la porta appena sentiva suonare la campana all’ingresso del convento. Gerardo, impegnato a spillare il vino, correva alla porta con la brocca in mano – che secondo me manco se l’era bevuto. Troppo ubbidiente-. Padre Cafaro lo vedeva in quello stato e gli diceva “Ma va t’nfurnà!”, vatti a infornare. – Com’era bella la nonna quando lo diceva, indicava pure il fucone, con le fiamme dell’inferno che salivano sul soffitto- Quello voleva dire, vattene, mica gli chiedeva di mettersi nel forno. E chillu scem’ si metteva nel forno. Prendeva l’ordine alla lettera. Noi ridevamo, piegati in due con le ferite sulle ginocchia che scottavano, mentre lei, per interpretare, si faceva la croce a mana smerza. Poi ci diceva: “Guagliu’ non dovete ridere, è peccato. San Gerardo non era scemo, doveva ubbidire. I preti tengono delle regole da seguire”. Lo diceva perché doveva fare la brava cristiana. Però qualche volta si alzava il mantesino a coprire il viso, fingendo le lacrime per il fumo. Ma lei rideva con noi per il fatto di Gerardo, lo sapevo.

L’appuntamento si concludeva con pane e zucchero, solo un poco ‘che si guastava l’appetito, diceva. Lo zucchero lo teneva stipato in un mobile di legno, chiuso da una chiave di metallo: due scomparti con le conserve, l’orzo e il caffè. Il pane in basso, chiuso dietro delle piccole ante, che era peccato sciuparlo.

Siamo cresciuti in mezzo ai peccati da non commettere. Però quando mio padre ci rincorreva perché non eravamo stati ubbidienti come a Gerardo, e non potevamo salire sugli alberi di arance per salvarci, correvamo da lei che si allargava tipo porta e non faceva passare il Professore, che restava sempre suo figlio e doveva ubbidire. “

Jatevenne ninnill, mo’ devo pregare”, la sua buonanotte. Lo zucchero sul pane dato ai bambini prima di cena era peccato veniale, se la sarebbe cavata con due sgranate di rosario.

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