
Il bagno di servizio aveva uno specchio azzurro, una piccola cupola di fronte al water. Nella parte alta e più stretta c’erano tre luci molto luminose, tanto che sembra di stare a teatro. Seduta sul water, le guardavo dal basso: piccole luci sospese su un lago specchiato. Mi facevano compagnia quando ancora non riuscivo a leggere. Seduta lì inventavo storie; qualche volta raccontavo quelle che già conoscevo, però le modificavo un po’, perché alcuni finali non mi piacevano per niente.
La storia che mi riusciva meglio era quella in cui le tre luci dello specchio diventavano i tre orsi della favola di Riccioli d’Oro: Papà Orso, Mamma Orso e Piccolo Orso, l’ultima luce a destra. Parlavo con loro da sinistra a destra, seguendo il filo narrativo della storia, l’orientamento della lettura che stavo imparando. Parlavo con ognuna, a turno, mica come Riccioli d’Oro, quella della favola. Perché lei, quando si sveglia, trova gli orsi che la guardano e, senza esitare un attimo, corre via terrorizzata. E nemmeno torna indietro a chiedere scusa, o semplicemente a spiegare che era solo curiosa e voleva capire come vivono gli orsi nelle case. Maleducata.
In ogni caso, siccome i miei capelli scuri e lisci mi rendevano l’esatto opposto di quella bambina, io potevo parlare con loro. Una conseguenza logica. Io con gli orsi ci parlavo. Altro che Riccioli d’Oro. E nella storia con il finale inventato e la protagonista che non era Riccioli d’Oro, ma ero io, una volta incontrati, ci sorridevamo. Gli orsi le chiedevano di restare, anche se lei aveva mangiato tutta la loro zuppa. Dicevano a quella bambina che ero io: “Ma resta un altro po’, che hai da fare? Ci mettiamo un po’ sul divano e parliamo”. E lei non scappava, restava un altro po’ e su quel divano si sentiva a casa, anche se la casa non era sua.
Abbiamo fatto amicizia, io e i tre orsi a forma di luce del bagno di servizio, e una volta ho raccontato loro una storia talmente divertente che l’ultima luce a destra, Piccolo Orso, ha riso così tanto che ha iniziato a spegnersi e accendersi, proprio come quando con le luci del soggiorno giocavamo alla discoteca. Ridevo forte anch’io, ma fortissimo, tanto che papà è entrato nel bagno e ha detto: “Ma che è successo?” “Niente, papà, però guarda come ride la luce!”, ho risposto.

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