Mangrovia

A mano scritti

Fessarie ‘e cafè

La dolce quiete
del lago;
il tepore d’un
ricordo
mi accompagnano
nel duro
cammino.
Non vado più
al corso di
psicopatologia
per incontrare te.
Sorniona è
la sera;
aspetto io sole
che ritorni.

La mia dolce quiete
Caterina D’Ambrosio

C’è un piccolo spazio di te dentro me.
L’ho scoperto qualche mese fa, quando mi sono messa a studiare le tue parole stampate su quel libretto verde.
Non le ho lette — leggere è un fatto superficiale, ti trasporta come la corrente.
Io invece ho puntato i piedi nell’acqua, fermi nella sabbia sottomarina, e ti ho studiato.

Il vero testamento sono quei versi, le cose che non si dicono le hai dette così, con poche rime.
Ma a cosa servono le rime ordinate, i manierismi, per te che ci hai buttato la vita in quelle pagine?
Lo dico con le tue parole: “mi gioco i sentimenti che affido a fogli impaginati”.
Hai raccontato la tua verità, i tuoi segreti, in uno spazio protetto.
L’oscurità della mente da tenere a bada, la scrittura come spazio di cura, spazio circoscritto per non cadere fuori dai margini.

Ci esco io dai margini, fondo le cose tue con le mie, perché ti voglio ridare la vita.
Una trasvolata, come chiami tu nei versi, la linea dei pensieri che si fanno immaginazione.
L’irreale che prende forma: così adesso sei qui, al mio fianco, sul divano rosso.
Ho una coperta sulle gambe e i piedi nudi.

Ciao Caterina.
Togliamo i nomi che segnano i legami di sangue.
Voglio parlare a te come si parla a una sconosciuta.
Raccontami una storia senza la necessità di una giustificazione.
Racconta, non spiegare.
Lo dicevi sempre, te lo ricordi?
“Mi sono spiegata?” — ‘a nonna non si dice “hai capito?”, non è rispettoso per chi ascolta.
La gente non è scema, il messaggio lo devi cesellare come si fa con il marmo: le parole vanno scolpite.

Raccontami una storia.
Raccontami di un verso, quel verso che contiene tanto, troppo, quello che non si può dire.
Dillo a me, dimmelo in questa mattina di sole.

Non vado più al corso di psicopatologia per incontrare te.

Le mani tremano e lui non le vede.
Sposta lo sguardo quando incontra i miei occhi. Sfugge. Ancora.
Parla di banalità che manco gli interessano.
Lo fermi, attesti la banalità al discorso. Chiacchiere da bar, fessarie ‘e cafè.

Ma adesso mi tremano pure le gambe.
Cinque minuti prima non c’era. Lui non c’era.
Me l’aveva promesso. Io glielo avevo promesso.
L’ho maledetto mille volte in quei minuti.

Cretina, ho pensato.
Poi l’ho visto arrivare.

Sposto il discorso sulle parole scritte, così non guardo gli occhi che scorrono.
Il caffè prima del corso di formazione è il cerimoniale per incontrare lo sguardo grigio, l’acqua che scorre.
Quei due occhi, i suoi, sono come un fiume. La piena è nel mio petto.

Di fronte a quel caffè, noi due fingiamo che sia un incontro casuale.
Ho allenato la faccia alla sorpresa.
Davanti allo specchio ho provato mille volte: il numero esatto in cui mi sono chiesta perché io, in mezzo a quelle inondazioni dei suoi sguardi.

Io: madre, vedova, maestra.
I confini della definizione me li sono costruiti bene.
Donna non ci stava. Spazio terminato.

Il posto l’ha trovato lui.
Me l’ha ridata lui questa definizione.
Io sono io adesso, perché riflessa nel suo sguardo.

Così mi scopro mia, di me stessa.
Appartenenza, per la prima volta.

Seduta al tavolino del bar, leggo il giornale.
Arriva e mi sfotte.
Passa il dito sul mio quadernetto aperto, sulla poesia accennata stamattina.
Legge ad alta voce, nel bar affollato.
Non urla. Usa il tono necessario per farmi capire che le mie parole esistono, di fronte ai suoi occhi sfuggenti.

Trova un verso. Legge premonizioni scritte.
Guarda, mi dice. Guarda.
Rileggi quello che hai scritto.
Segui il mio dito.

Rileggo il verso.
Le sue dita cambiano il senso di quello che scrivo.

La vista si annebbia un poco, non troppo.
Siamo qui, in mezzo alla gente, noi due in mezzo ai torti subiti, percepiti, inflitti.

Mantengo la forma, ma sto scorrendo.
Divento acqua pure io, acqua gemella dello sguardo suo fatto di fiume.
Divento acqua, eppure sto ferma là, tipo statua a trattenere le lacrime.

Sono chiacchiere da bar, prima del corso di formazione.
Quando io divento un’altra me, quella che sta con lui, qui.

Andiamo via.
Ognuno esce per conto suo, cinque minuti prima del corso.
Andiamo in macchina, il tempo di un bacio: una forma di amore che scorre, che scivola.

Tra qualche minuto ritorno in me: madre, vedova, maestra.
Donna, qualche volta.

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