Mangrovia

A mano scritti

Luminarie

Ho imparato a stendere i panni dalla signora Maria,
mica me l’aveva mai spiegato, veramente io non ci avevo mai parlato. Sapevo che si chiamava Maria perché una volta un tizio dalla strada aveva gridato “Mari!” e lei era uscita fuori al balcone. Allora da quel momento era stata Maria.
Maria aveva una tecnica sua per i panni, secondo me poi non li stirava nemmeno, io non sapevo come facesse però le sue braccia piccoline sembravano due tenaglie.
I pantaloni, per esempio, li prendeva prima dalla vita, le mani simmetriche in posizione orizzontale, calibrava la presa e poi sbatteva forte tre volte. Poi una delle mani si staccava dalla vita e prendeva l’orlo di una gamba, pareva un applauso il movimento. Anche quello tre volte, un applauso per ogni gamba.
Finita la stiratura a mano, li appendeva piegati a metà fissandoli con una molletta sola.
Maria, una danza sul balcone. Ballava coi vestiti bagnati e io la guardavo dall’altra parte della strada, dal piano inferiore del palazzo di fronte e immaginavo che quei vestiti fossero gli amori che non aveva vissuto.
Gente passata sotto il balcone a cui lei aveva dedicato uno sguardo, un pensiero, aveva raccontato una verità, qualche bugia.

La sera della festa di San Giovanni la nostra strada era tutta una luminaria, lo struscio si estendeva pure nelle strade a ridosso del centro storico.
Il santo liberava le strade dalle macchine e nonostante la festa, c’era un silenzio difficile da sentire nelle sere che non fossero alla fine di giugno.
Se tendevi l’orecchio e toglievi il riverbero dei festeggiamenti potevi sentire tutto, anche quello che non avresti mai potuto, qualche volta mai voluto.
Quella sera Maria era sul balcone a stendere le lenzuola, le stirava con le mani, la sua figura minuta si allungava, si arrampicava sulle onde del cotone.
Gli occhi di chi passava erano fissi sulle luminarie, io però guardavo lei. Sempre lei, la mia ipnosi.

All’improvviso Maria lanciò in aria il lenzuolo bianco, che si allargò come una ninfea di pezza.
Prima di caderle addosso lei assunse una posizione di preghiera: congiunse entrambe le mani al petto, intrecciate sui seni.
Lo sguardo a terra.
Diventata un fantasma di cotone bianco, iniziò a piangere, un pianto disperato come se avesse aperto una fontanella.
Avevo le mani sulla ringhiera del balcone, le strinsi forte.
La fronte ficcata tra gli spazi, statua decorativa di balaustra. Io immobile in mezzo ai vasi coi gerani.

Il pianto di Maria diventò un canto lento:
“Tutto parla d’amore al mio cuore che spera ed attende stasera la gioia, d’un’ora, d’un’ora con te”,
la testa sotto il manto di cotone, madonna laica e scomposta nel giorno di festa.
Strinse sui fianchi il tessuto, la vedevo ondeggiare mentre iniziava ad alzare i toni del suo canto:
“Sentimentaaaaaal, come un bacio perduto, sentimentaaaaaal, come un dolce segreeeetooooo”.

La luminaria era lei, altro che quelle luci pacchiane per il santo.
Si spense tutto, solo quel fantasma senza testa brillava e cantava, senza sosta fino a perdere il fiato.
“Sentimentaaaaaal”

I fuochi d’artificio scandirono la fine della performance, gli ultimi rintocchi.
Uscita dall’incantamento, si spogliò di quel lenzuolo di scena, lo appallottolò tra le mani.
Qualcuno applaudì, le mani provenivano da un altro palazzo.
Lei sorrise, accennò un inchino, guardò il vuoto e disse:
“Alfo’, teng a capa fresca, o ssaje”.

“‘O ssaccio e t’aspetto. Devi solo attraversare la strada, nennè. Sto ‘cca, sono sempre stato qua a guardarti dal balcone.”
Una voce maschile, bassa e roca, parole d’amore sussurrate nella notte di San Giovanni in mezzo al rumore dei botti.

Mi sporsi dal balcone, era tutto scuro tra i palazzi, le luminarie facevano le protagoniste.
C’era solo il fuoco di una sigaretta, percepii qualcuno che ne respirava il fumo quando la piccola brace si faceva più ardente.
Lui, una fiammella accesa, attorno solo il buio.
L’amore nascosto in mezzo al chiasso, dall’altra parte della strada, mentre tutti guardavano le luminarie.

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