Mangrovia

A mano scritti

Colori sparsi

La suora teneva molto alle ricorrenze, soprattutto a quelle che non erano religiose. Organizzava feste in classe in cui ci scambiavamo i regali: San Valentino, la Festa della Donna.  

Lui non aveva l’astuccio. Teneva le penne e i colori nello zaino e, quando disegnavamo, li spargeva sul banco. Lo guardavo dal mio posto e ogni volta che iniziavamo a disegnare sentivo qualcosa nella pancia, come se avessi ingoiato una pallina rimasta bloccata dietro l’ombelico. Scoppiava come una bolla di sapone quando il tempo per disegnare finiva e i suoi pastelli tornavano a popolare lo zaino.  

Lui non aveva il papà, ma non ne parlava mai. Io lo sapevo perché mamma me l’aveva detto, e per questo non parlavo mai di mio padre: non volevo fargli del male. Si può ferire qualcuno anche solo con la propria esistenza, e così davanti a lui, a volte, facevo finta di non essere e di non avere.  

Un giorno, la suora gli chiese davanti alla classe che lavoro facesse sua madre. Lui rispose: “Coltivatrice diretta”. Era una risposta strana per un bambino di otto anni. Non sapevo cosa significasse quel “diretta” accanto a “coltivatrice”, ma lui lo disse senza alzare lo sguardo dal banco.  

Non sopportavo che i suoi pastelli non avessero un posto in cui riposare, un lettino ordinato in cui, stretti gli uni accanto agli altri, potessero sentire il tepore della vicinanza. Non sopportavo che lui non avesse un astuccio.  

“Mamma, io voglio regalargli un astuccio. Però non voglio che sappia che io so. Non voglio che nessuno capisca che ho visto, che ho capito.”  

“Mo’ vediamo come fare, France’. Mo’ parliamo con la suora.”  

La mia suora ebbe un’idea geniale, anzi, genialissima: il 14 febbraio era San Valentino, la festa degli innamorati, e siccome in classe facevamo la festa, avrei potuto sfruttare l’occasione per regalargli l’astuccio senza che sembrasse altro. Un astuccio soltanto, anche se era un regalo un poco curioso per San Valentino 

Mamma mi portò al supermercato, vicino agli scaffali delle cose che ti servono a scuola. Ne scelsi uno verde brillante. Si doveva vedere dall’ultimo banco. Aveva anche una finestrella trasparente da cui si intravedevano i pennarelli in fila. “Hanno pure la finestra,” pensai.  

Il giorno di San Valentino dovevamo aspettare il via della suora per alzarci dai banchi e scambiarci i regali. L’astuccio con la finestra bruciava tra le mie mani. Al via scattai in piedi, facendo la strada più breve per arrivare al suo banco.  

Corsi un rischio. Il rischio era quello di incontrare Alessandro, l’amore della mia vita dalla prima elementare, a cui volevo dichiarare il mio amore con una scatolina a forma di cuore. Ma consegnare a lui il suo astuccio verdissimo era troppo importante.

Non ero la più veloce della classe, né sapevo arrampicarmi sui pali come Maria, però quel giorno ci misi un secondo ad arrivare al primo banco a sinistra. Lui, un mazzolino di mimose in una mano e un cioccolatino nell’altra, si guardava intorno.

Arrivai, tempesta tropicale.  

“Questoèpertebuonsanvalentino!” Tutto d’un fiato, senza pause. Gli scippai le mimose di mano e al loro posto lasciai il pacchetto con il mio piano segreto verdissimo. Poi mi girai subito, con il cuore in gola.  

“France’”

Non volevo voltarmi. Mi sarebbe venuto da piangere. Ti prego, non ti arrabbiare, non ho detto a nessuno che non hai l’astuccio.  

“France’, ti devi prendere pure il cioccolatino.”  

Avevo dimenticato il cioccolatino.  

Non so che faccia fece quando scartò il pacchetto, perché era di spalle. So solo che da quel giorno lo vidi prendersi cura dei suoi pastelli ogni volta che finivamo di disegnare. E che quell’astuccio restò verde brillante fino alla quinta.

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