
L’amore aveva quella sera la forma di una cinquecento grigia. Il modello nuovo. Lo stereo a cassetta, il traffico impietoso. Indossavi un fermaglio a forma di fiore sul lato destro, vicino all’orecchio, i capelli legati.
L’amore aveva la forma della strada piena di buche e dei movimenti scomposti di macchine in fila. Si moltiplicavano, ti muovevi ma sembravi immobile, sospesa.
L’amore aveva la forma di un viale alberato e del suo indirizzo, te l’aveva dettato una volta: secondo pino marittimo a sinistra. Avevi riso.
L’amore aveva la forma di una chitarra e di Moonriver, suonata mentre qualcuno nella stanza accanto passava un’aspirapolvere.
Tutte quelle forme d’amore le tenevi nella testa quando gli avevi scritto: vediamoci, fammi capire, fammi capire perché mi sposti. Aveva un cappotto lungo, di un altro tempo, di un’altra epoca. Non c’erano luci in quel viale, solo la radio e i suoi baci. Non ricordavi nulla, ti aveva avvolta, banco di nebbia. Ricordavi solo un bacio leggero sulla schiena, in basso a destra, prima del saluto.
-Hai sentito cosa passava in radio?
-No, non ho prestato attenzione.
Rise, i suoi occhi due mezzelune.
— In radio passava la canzone dello Zecchino D’Oro, quella sulle tagliatelle di Nonna Pina, ma com’è possibile, ho pensato, che a quest’ora passi una canzone del genere?
L’amore ha l’orecchio debole, orecchio selettivo, pensasti. Nessun’altra parola.
Realizzasti così che l’amore aveva la forma tua, non sua.
Il suo saluto fu un addio, lo capisti, ma non subito.

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