
Ho avuto tre nonne, due ufficiali e una trovata per caso al secondo piano del palazzo. Ninella era la nostra vicina di casa del piano di sopra. Aveva la pelle chiara e le guance rosse, il naso a punta, gli occhi piccoli di un verde che avevo visto solo su un albero, una volta che eravamo andati in montagna.
Ninella era la primavera, perché quando andavamo a casa sua metteva i materassi a terra e giocavamo al campeggio. Parlava una lingua affascinante, cambiava le parole, mischiava i dialetti, diceva cose che non tenevano senso apparentemente, ma per noi lo tenevano, e pure tanto.
Ninella era tanto.
Con lei guardavamo “la puntata” di pomeriggio, momento di sospensione della sua giornata in cui lei smetteva di essere moglie, madre, casalinga e restava solo nonna a me, nonna di elezione. Lei guardava Luis Antonio e Mariana e mi spiegava le loro geometrie familiari mutevoli, i loro dolori, gli atti mancati. E mi raccontava di Peppino, il suo fidanzato di prima, quello che da un momento all’altro non l’aveva voluta più.
E mica le aveva spiegato qualcosa? No, niente, e lei era rimasta così, appesa, come una frase con i punti di sospensione. Io per questo li odio i punti di sospensione, perché come Peppino non ti danno risposte, lasciano intendere, non prendono una posizione. Lasciano andare e danno a te il compito di riempire i vuoti. I punti di sospensione non hanno coraggio, proprio come Peppino.
Però Ninella mi diceva sempre che poi aveva trovato Giovanni, che era una persona onesta e lavoratrice. Che l’aveva rispettata e le aveva voluto bene. Aveva voluto bene pure a me, e lo sapevo perché mi faceva mangiare il limone come si mangiano le arance, senza aver paura che mi venisse il mal di stomaco. Un atto d’amore così profondo io l’avevo visto poche volte in vita mia.
Quando Giovanni è morto io seguii la bara a piedi, un po’ distante da Ninella perché non volevo che vedesse tutte le mie lacrime, le gocce di limone che mi uscivano dagli occhi e me li facevano bruciare.
“Ma che tene ‘sta creatura?” disse mio zio quando mi vide piangere. Io tenevo il limone negli occhi ma nessuno se ne accorgeva.
Ninella dopo Giovanni non fu più Ninella intera, sembrava sempre spezzettata. “Te te lo ricordi a Giuvanniéllo mio? Era proprio un bravo cristiano, ti ricordi quando ti faceva mangiare il limone?” mi disse dopo il funerale.
Tornai a casa e nella mia personale liturgia di elaborazione del lutto salii sull’albero di limoni, quello più alto, cercando di educare la paura perché la mia era sempre stata particolarmente scostumata con le altezze. Presi quello più in alto, più vicino alle nuvole, più vicino Giovanni. L’anima ha forma gassosa e quindi doveva essere già salita in alto, secondo me. Sbucciai il limone senza usare il coltello con le dita indolenzite. Succo di lacrime, bruciava le mani.

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