
Tra qualche giorno mio figlio morirà. Me l’hanno detto i medici del reparto, mi hanno detto di prepararmi, di preparare l’altro figlio, quello grande. Ma come si fa a prepararsi a una mancanza quando non sai cosa succederà? Io mica l’ho mai perso un figlio? Comme se fa’? Io la ricetta non la tengo e manco voglio andare a chiedere a Titina che un figlio l’ha perso, ognuno tiene le spine sue conficcate nella pelle che graffiano e tracciano sentieri propri. Pure un poco impropri, per la verità. Qual è la ricetta? Io conosco solo quella del Baklava, il suo dolce preferito. Me lo chiedeva sempre. La sua preparazione era per tutta la famiglia l’annuncio che sarebbe arrivata la festa, la celebrazione, pure una piccolina. Il Baklava ci stava sempre. Il suo odore si spargeva nelle stanze senza scuorno, burro e zucchero e miele, a mani piene.
Il dolce è dolce, le versioni leggere ‘so strunzat’.
Visto che non conosco la ricetta del dolore e solo quella del Baklava, per prepararmi alla mancanza mi sono messa a impastare. Ho tritato le noci con il coltello, mescolato lo zucchero con la cannella. Ho imburrato la teglia come fosse una tela, l’ho fatto con le mani perché il pennello non lo tengo. Nemmeno un millimetro ho lasciato senza burro, la teglia era tutta bianca. Ho preparato la pasta fillo, la faccio io. E siccome gli strati devono essere sottili sottili, trasparenti, io li stendo con la mazza della scopa, quella di legno che è lunga e stretta. Mentre li stendo mi ripiego sul tavolo, i piedi si inarcano, ballerina sulle punte. Burro caldo su ogni strato. Moriremo con un infarto da burro, penso. Rido. Vorrei morire mo mo su questo tavolo, però non lo faccio e spargo le noci. Finisco la torre di pasta fillo, la metto in forno. Mentre cuoce mi fumo una sigaretta, voglio morire di tumore ai polmoni, ma adesso, subito subito.
Non muoio, devo preparare lo sciroppo. Zucchero, acqua, miele, una goccia di limone e tutte le mie maledizioni in un pentolino. Lo esco fuori dal forno, non si dice lo esco ma non me ne fotte, voglio sbagliare, voglio cambiare la sintassi. La vita cambia le cose mie e io voglio ingarbugliare tutto.
Non me ne fotte.
Lo sciroppo ricopre la torre imbrunita, che diventa spugna, assorbe. Forse così si gestisce il dolore, quello ti ricopre tutta prima ma poi diventi spugna e assorbi. Piano piano, così diventa parte di te e tu non conosci più il confine tra te e lui. Per questo dicono che deve passare il tempo.
Mi spoglio, mi stendo sul pavimento in mutande, mi cospargo di sciroppo per fare l’esercizio preparatorio, aspetto che lo sciroppo entri dalla pelle, invece cade a terra, scivola sulle smagliature della gravidanza.
Mi alzo, mi pulisco con la pezza della cucina, tutta azzeccata, e in mutande prendo il coltello e faccio i rombi. Li metto nella teglia buona, quella da trasporto.
Devo fare la doccia prima di andare in ospedale, mi devo levare lo sciroppo dalla pelle. Tanto il dolce si mantiene per giorni. Mio figlio non mangia, però dicono che i malati terminali prima di morire vengono presi da uno stato di grazia, ritornano in sé, quelli di prima. La nonna di Giulia, l’amica mia, non parlava, ma prima di morire è tornata dal mondo in cui stava e ha salutato una ad una le sue nipoti, dicendo pure qualche verità un poco scomoda. Che mo’ ci ridono però prima no. Ma quello è stato un atto di libertà, il bagaglio lo voleva più leggero ‘a signora, secondo me. Quando si diventa aria bisogna viaggiare leggeri, meglio dire tutto. Spero che mio figlio lo faccia, che mangi intendo, prima di diventare aria. E io starò là per dirgli ‘a mamma lo vuoi il Baklava?

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