
La mia psicoterapeuta ha il mio nome e i miei stessi anni e mi dice che tengo l’anti volgarità coatta. Un morbo che non è contemplato nel DSM, il manuale delle malattie mentali. Mi dice che è un morbo molto bello e magari ci scrive pure una cosa sopra, una pubblicazione. L’altro giorno l’ha scritto tutto in stampatello sul suo quaderno, dove prende gli appunti quando parlo. Ci ha fatto pure una riga sotto con l’evidenziatore.
“Maronn’ è troppo bello ‘sto morbo”.
E mi dice che devo fare gli esercizi di volgarità nelle mie giornate pettinate. “Ti faccio lo strascino se non lo fai, hai capito?” Ridiamo assai che quasi non sembra una seduta di psicoterapia. Credevo si piangesse, e in effetti ho pianto qualche volta, però mo’ ridiamo.
Mi dice che devo essere esagerata nello scompormi, che mi devo vestire come Concetta Mobili, che è proprio tale e quale alla madonna dell’Arco, però è profana. Però io non li tengo i vestiti di Concetta Mobili, manco una cosa leopardata. Quindi ho pianificato il da farsi.
Vestirsi come Concetta Mobili:
1- Andare al mercato di Pagani venerdì mattina;
2- Comprare la matita per il contorno labbra marrone disperazione;
3- Imparare a fare quattro strati di matita nera sugli occhi;
4- Prendere in prestito gli occhiali da sole di nonna, modello “che par a GraceKelly”.
Ho seguito diligentemente le quattro fasi per la trasformazione, al mercato ho pure trovato due orecchini a goccia decorati come il duomo di Monreale, la parte all’interno, quella piena d’oro.
Mi sono vestita, truccata, sbagliando la riga sul contorno delle labbra, ma ho lasciato così che secondo me era pure meglio.
Sono scesa per strada così, però la mattina presto. Un poco alla volta, timidissimo atto di coraggio. Mi ha visto il tabaccaio, quello che io e Stefania chiamiamo “Merit” perché ogni volta che entriamo anticipa la nostra richiesta perché sa per chi compriamo le sigarette e ci dice solo “Merit?”.
Mi ha guardato come se fossi un animale raro, disegno su un bestiario immaginario, chimera leopardata. Io però lo so che pensava solo che la figlia del dottore era uscita pazza. Non c’era nessuno per strada, solo lui affacciato che mi guardava dietro al vetro del tabacchino. Ho percorso la strada verso la villa comunale. Discesa e salita. Una volta.
L’illustrazione è di Anna Grazia Longobardi

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