Mangrovia

A mano scritti

Enrico

Nonno, nello scantinato, con la creta faceva e disfaceva la testa di un suo amico. Non c’era sempre, ma quasi. Scendevo le scale della villetta – una casa con i pavimenti a scacchi che non si riscaldava mai – quelle che portavano giù, dove faceva ancora più freddo. Lui era così silenzioso che la sua presenza pareva un’assenza. Poi dicevo nonno e la sua voce arrivava da decenni prima, come uscisse dalla radio che teneva nello studio, quella con il cane che ascolta la musica da un grammofono. La Voce del Padrone.

Pioveva tantissimo quel giorno. Non ricordo una pioggia così forte. Ero a casa dei nonni e dovevo tornare a casa mia. Nonno mi chiese: Come vuoi tornare, in macchina o a piedi? Scelsi di andare a piedi, anche se sapevo che mi sarei bagnata le calze. La mia casa non era lontana dalla villetta, ma volevo fare il giro lungo con lui. Volevo fargli vedere lo spazio dove affiggevano i manifesti dei morti.  

Ci fermammo sotto la pioggia, con le scarpe bagnate. Dissi: Nonno, io li leggo sempre, i manifesti dei morti. 

Si voltò piano verso di me. Le bambine non li devono guardare i manifesti dei morti, disse. Non tiene senso.  

Lui, invece, sì. Doveva guardarli, doveva fare il conto di chi c’era ancora e chi non c’era più.  

Ma non era la stessa cosa con Enrico. Enrico non lo dimenticava più. Aveva un’immagine nella testa così forte che non riusciva a riprodurla con le mani. Nemmeno con la fotografia davanti. E quella fotografia ce l’aveva sempre. Quando Enrico morì, forse non ci fu nemmeno bisogno di passare davanti ai manifesti. La voce si sparse in paese velocemente. Nonno ci lavorò per cinquant’anni, credo. Non gli ho mai visto gli occhi così luminosi come quando parlava di Enrico. E quella testa non l’ha mai finita. Non era mai lui, non era mai davvero Enrico. 

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